Ricciardo Vaghetti

Io credevo di far resistenza

diario-memoria 1917-1918
nato a Cascina (Pisa), 1897

La tragica ritirata di Caporetto, 24 ottobre 1917, data indelebile per la storia d’Italia, raccontata a caldo da un soldato del secondo Reggimento Granatieri, Ricciardo Vaghetti. Venuta la sera, in libera uscita, trovai un mio vecchio amico Milanese e con lui passai la serata un po’ in qua e un po’ in là e finalmente, poco prima della ritirata, all’ospedale da campo fuori alla porta leggemmo il Comunicato di Cadorna che con mia grande sorpresa diceva: “Di fronte a grandi masse Tedesche abbiamo sgombrato l’altopiano della Bainzizza! Che così caro prezzo ne costò la sua conquista!” allora non mi sbagliai pensando che quella era l’ultima notte che dormivo sotto un tetto. Non si sbagliava il giovane Ricciardo, appena ventenne ma già forgiato dall’esperienza nella Prima guerra mondiale. All’indomani, nel piccolo abitato di Romans d’Isonzo in provincia di Udine e a poca distanza dalle truppe nemiche austriache e tedesche, vede sfilare le prime colonne di italiani in ritirata. A sorpresa, la sua compagnia riceve l’ordine di avanzare, controcorrente rispetto alla massa di fuggiaschi, per coprire le azioni di sabotaggio dei ponti sull’Isonzo nella speranza di ritardare l’avanzata degli invasori. Tutti così mischiati e la strada piena tanto da non averne mai veduta in nessuna occasione o festa, una così grande, interminabile fiumana di uomini, loro che si ritiravano e noi che andavamo avanti, era difficile aprirsi un po’ di varco per poter andare dove nessuno di noi sapeva. Ma dove andate? – ci dicevano – noi siamo venuti via tutti! Con le raffiche di mitragliatrice sempre più vicine, anche Ricciardo e i suoi commilitoni cominciano a ripiegare, nella convinzione che non tutto sia ancora perduto. Io credevo di far resistenza là, essendo il 2° Battaglione schierato in quelle trincee, ma invece riprendemmo ancora la via dell’interno abbandonando quelle potenti trincee di cemento con reticolati insormontabili, che tanto lavoro erano costati e che ora non servivano a nulla. Da lì in poi è una sequenza serrata di avvenimenti drammatici: il cibo che comincia a scarseggiare, la marcia estenuante per scongiurare la cattura, i primi scontri a fuoco con le avanguardie nemiche, l’inevitabile cattura che da una parte significa sopravvivenza, ma dall’altra indicibile sofferenza. Per Vaghetti e centinaia di migliaia di soldati italiani caduti prigionieri nei giorni della ritirata, ha inizio un lungo e doloroso cammino a ritroso nei territori del nordest appena perduti, attraverso città occupate e spettrali come Udine, fin oltre le vette alpine nelle quali in molti avevano inutilmente combattuto e visto morire i migliori amici per anni. Caricati su treni merci, vengono avviati con lente andature fino all’Austria e alla Germania, dove ad attenderli ci sono i campi di concentramento e condizioni di vita disumane: temperature rigide, scarsi indumenti, rancio da fame, maltrattamenti. Vaghetti annota tutto sul suo taccuino insieme ad alcune considerazioni sull’inutilità della guerra; particolarmente ispirate quelle che portano la data del 25 dicembre 1917, giorno di Natale: L’anno passato non pensavo affatto che l’anno dopo avrebbe proseguito in questa orribile scena, invece ci siamo ancora una volta, è da tante volte oramai che sono deluso nelle mie speranze ed ho molta paura di doverne passare ancora così e forse peggio, altri ancora. Voglio sperare che anche gli uomini dirigenti questa immane catastrofe si volteranno indietro e veduta la quasi irreparabile rovina, si convincano che è ora di finirla e di lasciarci una buona volta e per sempre alle nostre famiglie a guadagnarci il pane che dobbiamo mangiare, mentre di star cosi senza guadagnarlo e neppure senza mangiarlo.