PREMIO PIEVE 2026

1946-2026 La Repubblica nelle memorie

C’è una parola che attraversa ottant’anni di storia italiana senza mai consumarsi: Repubblica. Non è soltanto una forma di Stato nata dal voto del 2 giugno 1946; è un’esperienza condivisa, una costruzione quotidiana fatta di scelte pubbliche e di vite private. Nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario di quella scelta, e la ricorrenza non riguarda solo le istituzioni: riguarda ciascuno di noi.

La memoria pubblica ne custodisce i simboli, le date, i riti civili. Ma la Repubblica prende corpo nelle memorie private: nelle lettere conservate in una scatola, nei racconti tramandati a tavola, nei diari che annotano paure e speranze, nelle fotografie delle prime elezioni a suffragio universale. È nelle case che la democrazia ha trovato la sua prima palestra, nella quotidianità di chi ha imparato a esercitare diritti nuovi e ad assumersi responsabilità altrettanto nuove.

Ottant’anni fa quella scelta nacque dalle macerie della dittatura e della guerra mondiale. Non fu un gesto astratto: fu la risposta concreta di un popolo che aveva conosciuto l’abisso e desiderava fondare un ordine diverso, basato sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla dignità della persona. La Costituzione ne avrebbe tradotto i principi in parole solenni; le vite comuni ne avrebbero sperimentato, giorno dopo giorno, la fatica e la promessa.

Ogni stagione della storia repubblicana ha inciso tracce profonde nelle biografie individuali: la ricostruzione, le trasformazioni sociali, le tensioni politiche, le conquiste dei diritti civili, le crisi economiche. La tenuta democratica non è dipesa soltanto dagli equilibri istituzionali, ma anche dalla memoria diffusa di ciò che era stato e di ciò che non si voleva più essere. La memoria, in questo senso, è stata una forma di vigilanza.
L’edizione 2026 del Premio Pieve propone di rimettere al centro questo intreccio tra pubblico e privato. Non una celebrazione rituale, ma un esercizio di consapevolezza: riconoscere che la Repubblica non vive soltanto nei palazzi, bensì nelle scelte quotidiane, nella partecipazione, nella cura del bene comune.

Rileggere le memorie significa restituire profondità al presente. Significa comprendere che la democrazia non è un’eredità immobile, ma un racconto che continua a scriversi. E che ciascuno, con la propria voce e la propria esperienza, contribuisce a dare forma alla storia condivisa che chiamiamo Repubblica.

2 giugno 1946 i diari raccontano

Graziano Zappi

La mia prima riunione la tenni nell’Aprile 1946 nel corso della campagna per l’elezione dell’Assemblea Costituente e per il Referendum su Monarchia o Repubblica. Ero stato nominato di recente segretario della Sezione del PCI di Bubano, e come tale dovevo parlare in una casa di campagna ad un pubblico di contadini. Si trattava di mezzadri e coltivatori diretti di orientamento cattolico ed era quindi un compito di grande responsabilità. A persone con appena la terza o al massimo la quinta classe elementare, appena uscite dal regime fascista e dalla guerra, dovevo spiegare che cos’era una Assemblea Costituente, che cos’era una Costituzione, perché bisognava votare comunista, ed infine perché una Repubblica era meglio di una Monarchia. Giunse finalmente la sera della riunione. Il cuore mi batteva forte quando arrivai nella grande casa colonica di Via Canale dei Molini. Lo stanzone che serviva da cucina e da sala da pranzo era strapieno di gente: uomini e donne, vecchi e giovani, bambini d’ogni età. Nell’enorme focolare scoppiettavano le scintille e la fiamma ravvivava la fioca luce sparsa dalla lampada a petrolio pendente dal soffitto. Mi fu data la parola. Cominciai a rigirare fra le mani le numerose paginette degli appunti ma distinguevo a stento le parole che vi erano scritte. Rigiravo i foglietti ed osservavo i volti dei miei ascoltatori. Era tutta gente che parlava in dialetto, nel locale dialetto romagnolo, mentre le parole dei miei foglietti erano tutte in italiano. Capii che se avessi voluto farmi comprendere da quella gente, se avessi voluto ottenere la loro fiducia, se volevo farmi considerare uno di loro, avrei dovuto parlare come loro, e cioè in dialetto. Misi allora i foglietti in tasca, guardai i volti presenti nello stanzone, volti segnati dalla fatica dei campi e delle stalle, e cominciai a parlare, a parlare in dialetto romagnolo. Al termine della mia mezz’oretta di discorso restarono tutti in silenzio. Nessuno interloquì. Il capofamiglia si alzò, sussurrò “con permesso” e uscì rientrando poco dopo con due fiaschi di vino. Le donne si affrettarono a distendere una grande tovaglia di lino bianco sul lunghissimo tavolone ed a predisporre i bicchieri. Bevemmo alla salute dei presenti ed alle fortune del popolo italiano. In dialetto romagnolo, naturalmente.

 

Antonietta Chierici

Mia madre aveva insegnato a votare a mia nonna che era analfabeta portandole a casa un foglietto con il simbolo del partito per farglielo memorizzare e alle sue incertezze le diceva: “Basta che facciate una croce, quella la sapete fare” e le faceva capire l’importanza di quel voto – “Bisogna che facciamo vincere il nostro partito che almeno fa gli interessi dei lavoratori. I signori votano per quelli che fanno i loro interessi, non i nostri!” – Era importante non perdere neanche un voto e siccome nei giorni delle votazioni mia nonna era ricoverata all’ospedale di Modena per problemi di cuore, un compagno del partito si offerse di andarla a prendere con la macchina fino all’ospedale per farla  votare al paese e poi riportarla indietro. Così avvenne, andammo insieme mia madre ed io, perché così mi feci un giro in macchina che non c’ero mai stata.

 

Laila Malavasi

Si andava a casa a parlare con le donne, andavamo a insegnare a votare; la parola d’ordine era insegnare a votare perché c’era anche l’esigenza di un insegnamento tecnico, non avevamo mai votato, e questo era per tutti, e poi anche il superamento dell’emozione: oddio, quando sono là dentro! Una donna di settant’anni, che sapeva miseramente far la croce, da sola dentro una cabina dove deve decidere. È stato un lavoro enorme, casa per casa. E non abbandonavi. Siamo andate tutte a votare con una paura di sbagliare che non dico, anche chi andava a insegnare diceva: “ma avrò fatto bene?”. Si aveva perfino paura che la riga diventasse torta, cioè quando facevi la croce che anche questo portasse danno.

 

Carla Terribili

Ormai il 2 Giugno è vicino e si respirano nell’aria un’animazione e una tensione del tutto nuove. È un momento storico questo che viviamo. In casa io mi sento sola e questo non mi è mai pesato tanto. Non mi sono sentita tanto lontana dai miei come in questi giorni. Né avrei mai pensato che potesse avvenire fra me e loro una vera e propria frattura, perché di frattura si tratta, una divisione in atto. E non soltanto una incrinatura.

6 giugno – giovedì. La Repubblica ha vinto con una maggioranza di poco più di due milioni di voti. Tra me e la mia famiglia è avvenuta la lacerazione, che sentivo a volte aleggiarmi intorno come una minaccia sospesa nell’aria nei giorni scorsi e che avevo rimosso come un problema che avrei affrontato “dopo”. Il “dopo” è venuto. Ieri la notizia della vittoria repubblicana mi era stata anticipata da Gianna, prima della comunicazione ufficiale. Quando lei è andata via sono corsa a dare la notizia a mamma. Prevedevo che per lei non sarebbe stata esattamente una buona notizia, ma speravo che di fronte al verdetto popolare avrebbe finito con l’accettare la realtà. Invece è stato molto peggio di quanto non credessi. Mi ha guardato con un’espressione “nemica” negli occhi, con animosità, come se fossi “io” la responsabile di quella che per lei e per tutti loro è una sconfitta.

 

Eugenio Anzilotti

29 maggio. Torno a Roma. Trovo la città in piena campagna elettorale. La popolazione dimostra di parteciparvi intensamente, sente che è un dovere. Qualche elemento dimostra un certo scetticismo, dovuto alla moltiplicazione delle liste, di cui non spiega la necessità, ovvero alla politica poco concludente dei vari partiti; ma la maggioranza appare disciplinata e convinta dell’opportunità di votare. Da tutte le parti intensa è stata la propaganda contro l’astensione. L’afflusso sarà molto elevato. Previsioni… È molto difficile farne: in genere si avverte che la Monarchia non può restare se non ha una maggioranza notevole. È possibile ciò? Il popolo giudicherà l’istituzione ovvero le persone?

2 giugno. Le elezioni si sono svolte in Roma con grande affluenza: lunghe attese, file di elettori in paziente atteggiamento… Molti speravano, andando presto, di adempiere in breve tempo al loro dovere. Certo, mano a mano che si avvicina mezzogiorno (ho fatto 5 ore di fila!) l’impazienza femminile si fa più viva e c’è chi dice: “era meglio che ci avessero lasciate a casa!”. Salvo questo inconveniente della lunga attesa, in nulla l’elettore è stato infastidito. Tutti sapevano già come comportarsi. Mi sembra che la popolazione abbia risposto bene all’invito e ciò è certo un primo successo, qualunque sia l’esito.


Anna Maria Marucelli

Roma 3/6/1946. Caro Franco, ieri è stato un grande giorno per l’Italia. Ti confesso che quando ho avuto le schede in mano il mio cuore ha accelerato i battiti e la mia mano non era più tanto ferma. Sapevo che il mio voto insieme a quello di tanti altri avrebbe deciso le sorti del paese. Speriamo che Iddio ci abbia ispirati per il meglio. Ti confesso che pur essendo apolitica aspetto con una certa ansia l’esito, ed anche con un po’ di preoccupazione. Ma so che con chi spera che con l’avvento della repubblica l’Italia guazzi nell’oro e nell’abbondanza non si può parlare. Questa è la maturità politica di certa gente! Non sanno che con la repubblica è necessaria la disciplina più stretta – che bisogna conoscere più i doveri dei diritti. Comunque Repubblica o Monarchia ha una importanza relativa – quello che veramente interessa è che il capo sia veramente onesto e profondamente italiano – che non faccia pro-domo-suo ma nell’interesse del Paese. Abbiamo bisogno di essere uniti e concordi per riprenderci moralmente e materialmente.

 

Nada Martelli

Non si sono allentate le tensioni che devastano l’animo di vinti e vincitori, siamo ancora immersi in un’atmosfera di sospetto, la guerra è finita da appena un anno quando il principe Umberto diventa re. La coppia di sposi che aveva acceso la mia fantasia di bambina, ora è circondata da quattro figli piccoli e aspetta che il popolo italiano decida, con un “referendum”, se deve restare o andarsene. Luigi è furiosamente repubblicano, fa propaganda continua contro la monarchia alla quale attribuisce colpe passate, presenti e future; tutti i nostri amici sono elettrizzati dal desiderio di esperienze nuove in un clima di libertà e democrazia senza ombra di “agganci” con il passato. Vivo giornate di trepidazione, col bambino di pochi mesi, desiderio di normalità, rifiuto di progetti “eroici”. Per la prima volta, il 2 giugno ’46 andrò a votare, toccherà anche a me la responsabilità di decidere la sorte di un re. La giovane famiglia mi guarda da tutti i manifesti, ma io ho cantato “Fratelli d’Italia” e mi sono appuntata sul petto la coccarda tricolore con l’edera repubblicana, non posso lasciarmi andare ai sentimentalismi: il vecchio re ha tradito il paese, ha abbandonato i soldati al loro destino, ha provocato lo scompiglio dell’8 settembre, preludio alla guerra fratricida.

Mi avvio lentamente verso il seggio, da sola. Luigi è andato di prima mattina, è inchiodato in sezione a osservare e commentare l’affluenza alle urne. Quando arrivo mi guarda distrattamente ma forse avverte la mia titubanza perché si avvicina e con tono perentorio mi ricorda: “Repubblica, non ti sbagliare…” Mentre presento il documento e ritiro la scheda mi pare di avere accanto la maestra Rosa, terza elementare: ci descrive la culla con i fregi d’oro che noi Piccole Italiane abbiamo “regalato” alla principessina Maria Pia, primogenita di Umberto e Maria José. Bellissima culla, comprata con l’offerta di tutti i bambini d’Italia, una culla incantata, come quella delle fate e a me piacciono le fiabe e son felice di aver regalato la culla d’oro a una principessina appena nata. Chissà cosa farà oggi la maestra Rosa?!

Nel segreto della cabina elettorale, felicemente sola, tradisco mio marito e voto “MONARCHIA”.

 

Adriana Lavagnini

11 giugno. Oggi in tutta Italia è festa nazionale per la proclamazione della repubblica. Dio Padre onnipotente beneditela e fate che in Italia tutti diventino più buoni.

 

Marcello Rodinò di Miglione

Mercoledì 5 Giugno 1946. I primi risultati delle elezioni e del referendum cominciano ad esser noti: si delinea un grande successo della Democrazia Cristiana e dopo qualche incertezza, un’affermazione repubblicana. 

Giovedì 6 Giugno 1946. Oggi alle 18,30 sono stati resi noti i risultati del referendum: 12 milioni e 700 mila alla Repubblica e 10 milioni e 700 mila alla Monarchia; piccola maggioranza repubblicana, quindi; in prevalenza nel nord, il sud essendosi dichiarato monarchico al 65%. 

Venerdì 7 Giugno 1946. Oggi qualche piccolo disordine a Napoli; la massa monarchica mal s’adatta all’idea della Repubblica; si sono quindi verificati dei tafferugli, con intervento della “Celere”: due morti e qualche ferito. 

Martedì 11 Giugno 1946. Oggi è stato dichiarato giorno festivo per la proclamazione della Repubblica; in verità l’incertezza della situazione non l’avrebbe comportato; credo piuttosto che la festività affrettata sia valsa a mascherare l’ordine di astensione dal lavoro, diramato dalla C.G.I.L., che equivaleva ad uno sciopero generale, poco opportuno nell’attuale delicato momento.

Giovedì 13 Giugno 1946. L’altra sera si sono avuti a Napoli incidenti di una certa gravità, avendo i monarchici tentato d’assaltare la sede del partito comunista: 7 morti e circa 50 feriti.

Oggi il Governo ha deciso di ritenere che la proclamazione del referendum fatta il 10 dalla Corte di Cassazione fosse sufficiente al riconoscimento in Italia di uno stato repubblicano provvisorio, in attesa da una parte dell’ulteriore pronunciato dalla Suprema Corte e dall’altro della nomina del Capo dello Stato per il periodo della Costituente. In conseguenza di che il Re, che aveva intenzione di non partire almeno per ora, ha oggi abbandonata l’Italia, diretto a Lisbona. La città ha appreso la notizia questa sera: tutto è calmo e speriamo si mantenga tale.

Venerdì 21 Giugno 1946. La Repubblica è stata ufficialmente proclamata dalla Cassazione: tutto si svolge calmamente, Grazie a Dio.

 

Margherita Ianelli

Poi ci fu il Referendum Repubblica o Monarchia, la Repubblica a me stava bene. Poi ci furono l’elezione amministrative, votai P.C. ma con riserva. Mi davo da fare per saperne di più; ma in casa nostra si doveva solo ascoltare, mi venne da pensare che il Duce fosse scomparso ma le sue idee erano rimaste. Lavorare e tacere un sistema che a me non andava bene, avevo due figli da crescere, pensavo di educarli in qualcosa ch’io credessi, esserne anche convinta per riuscire a trasmetterle a loro. Non andare da quella parte, perché tutti correvano in quella direzione.

 

Iva Frediani

Bisognò anche fare tutti la bandiera tricolore e metterla alla finestra, come volevano loro. Io non volevo male all’Italia, ma non volevo essere comandata da loro. Cosa feci per formare questa bandiera? Presi un pezzo di stoffa bianca vecchia, la divisi in tre parti: il bianco restò com’era, il rosso lo tinsi con l’acqua di un foglio rosso, il verde andai nell’orto e presi delle foglie di pianta di pomodoro e feci l’acqua verde e tinsi la stoffa, l’asta cercai una canna: quella era la mia bandiera.

 

Matilde Cestelli

Non so se gli italiani conserveranno – o sarà loro concesso di conservare – questo entusiasmo travolgente, questo interesse per la cosa pubblica, questa “partecipazione” piena di speranza: me lo auguro, poiché significherà che nessuno li ha delusi!

 

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Le attività per il centenario della nascita di Saverio Tutino sono realizzate grazie al contributo concesso dalla Direzione generale Biblioteche e istituti culturali del Ministero della Cultura

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PNRR Bando Borghi "Repubblica delle foreste, custodi dell'Alpe della Luna”