Fernanda Capece Minutolo

Carissima Bandiera

diario 1946
nata a Napoli nel 1897

La Villa Belavista è situata un po’ in alto, in una zona ondeggiante di boschi e domina l’Oceano. I Principini giocavano in giardino e le loro voci fresche mi sono venute incontro, come un dono. Anche il Re era in giardino con i quattro figli. Mi ha chiesto se il viaggio era stato buono e io ho cercato di scherzare: “Molti, Maestà, hanno reso l’anima, io l’ho conservata perché mi serve ancora per lottare e per vincere”. Sintra, Portogallo, 19 giugno 1946. In Italia non si è ancora spenta l’eco del referendum, la vittoria della Repubblica, quando Fernanda Capece Minutolo, aristocratica legata all’alta nobiltà napoletana, raggiunge Umberto II di Savoia, che ha regnato per poco più di un mese dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, nel luogo in cui si è recato in esilio volontario insieme alla famiglia reale. Non è una semplice visita di cortesia: Fernanda ha attraversato l’Europa per consegnare l’ultima bandiera sabauda ammainata dal Palazzo del Quirinale nel giorno della partenza del Re. Nel breve diario in cui descrive la sua permanenza in Portogallo, non spiega come sia entrata in possesso del cimelio, ma è molto esplicita sul valore più che simbolico che attribuisce al suo gesto: il desiderio che un giorno la Corona possa tornare a regnare. Ci siamo separate con la silenziosa speranza di ritrovarci in Italia. Dalla torretta del Quirinale mi riconoscerà questa mia cara, carissima Bandiera e ci ricorderemo sorridendo dei giorni di esilio. I suoi stessi sentimenti sono ancora molto diffusi soprattutto nell’Italia meridionale, come ricorda Fernanda commentando le notizie di cronaca che si susseguono in quei giorni. Ho letto ieri su di un giornale portoghese che De Nicola è stato eletto presidente della Repubblica. Certo la sua nomina è stata furba, diplomaticissima. Un baluardo per il separatismo, un numero di attrazione per il monarchico Mezzogiorno. Povero Mezzogiorno… così arretrato e così utile al progredito Nord. Anzi indispensabile servo del Nord. Ti promettono mari e monti. Come Santo Protettore oltre a San Gennaro ti regalano ora De Nicola. Dio voglia, sia un bene per te Napoli cara e per l’Italia tutta, martoriata e infelice. Così desidera il Re, così desidera ogni buon italiano. L’ombra dei disordini e di una possibile guerra civile non si è ancora del tutto dissipata, come lascia intendere anche Umberto II in uno dei numerosi colloqui privati che le concede in quei giorni. Mi ha dato dei consigli d’oro, equilibrati e preziosi. “Agite con calma, imponendo il rispetto delle leggi e della giustizia” e ancora “Se fosse rimasto in Italia un principe del sangue, o mio figlio, sarebbe stata una miccia e il fuoco sarebbe divampato”. Un concetto ribadito anche nei dialoghi più giocosi che Fernanda intrattiene con quel figlio, il piccolo Vittorio Emanuele di Savoia all’epoca neppure decenne: “Davanti ad una simile alternativa papà cosa doveva fare? Partire o restare?” “Partire!” ha risposto il mio Principino. “Perché?” “Per il popolo” ha detto lui e poi mi ha guardata sperando nella mia approvazione. “L’Italia poteva dividersi, è vero Principino? Glielo abbiamo spiegato”. “Sì” ha detto lui. “Loro e noi”. In quelle due parole, povero amore, lui spiegava tutto mettendosi al sicuro di non dire sciocchezze, ma era un po’ difficile questo referendum per quell’onesto ragazzino; i soprusi, le violenze, la corte di Cassazione… e finalmente il Nord e il Sud. Quello era più semplice. Il Sud voleva papà. Il Nord non lo voleva. Aveva vinto il Nord, perciò eravamo a Sintra in quella piccola stanza in esilio