Tito Zampa, falegname di Marzocca, nei pressi di Ancona, ha fatto parte del 10° Reggimento Fanteria Regina, vale a dire quello che a partire dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è stato disposto a difesa dell’Isola di Coo (oggi il suo nome è Kos) nel cuore del Dodecanneso. Racconta con fredda lucidità le disumane condizioni nelle quali i prigionieri italiani furono costretti: più per il diletto dei loro aguzzini, si direbbe, che per reali ragioni di sicurezza. Ma questa è storia comune, purtroppo, nell’Europa occupata dai nazisti. Mai, comunque, l’autore si lascia andare a considerazioni fuori misura: la sua personale etica gli impone di ringraziare gli aiuti avuti dai civili greci, ma gli impedisce di scaricare legittimo odio sui tedeschi. Solo, di sfuggita, raccontando dell’interrogatorio subito dalle autorità inglesi appena arrivato rocambolescamente in Turchia, scrive: «Alla fine ci chiesero se volevamo andare con Mussolini oppure con Badoglio. Gli dissi che ero appena scappato dai Tedeschi e non intendevo ritornare con loro, gli dissi fra l’altro che ero un militare e che intendevo subire le sorti del mio esercito perciò dissi che volevo andare con Badoglio». E in queste poche, asciutte parole c’è tutto il ritratto della moralità mai inutilmente esibita di Tito Zampa. Anche nel raccontare la sua fuga dalla prigionia e poi dall’isola di Coo, l’autore non cede a una facile spettacolarizzazione dei fatti. Zampa scappa per mare. La prima volta ci prova con un canotto ottenuto fortunosamente; ma, per via dell’affondamento del misero battellino, egli è costretto a tornare indietro a nuoto per chilometri al fine di evitare le ronde tedesche. La seconda volta lascia l’isola con una barca a remi che si è costruito personalmente e che lo conduce, in mezzo a una tempesta, fino alle coste turche.
dall’introduzione di Nicola Fano