Patrizia D’Alterio

Tricita

memoria 1958-2010
nata a Bogotà, Colombia nel 1962

Non cerco conforto, voglio ritrovare il cammino che mi riporti da lui. Voglio restare per sempre annichilita dall’immagine di mio fratello che pende da una corda. Dal ricordo delle sue meravigliose mani, ora disabitate. Voglio percepire la sostanza della sua sofferenza, toccare il suo nucleo. Non mi importa se il vuoto che mi avvolge appartiene a lui o a me. Il mio dolore è misero, è la consapevolezza della mia incapacità di comprendere, è la mia spudorata immaturità. Ma se si fonde con il suo, non sono due dolori, ma uno solo, nobilitato e indivisibile. È con queste parole disperate che Patrizia descrive il suo dolore per il suicidio del fratello Paolo. Le appone a suggello di una memoria in cui ripercorre la storia della sua famiglia, intrecciata a quella dell’Italia paese d’origine e della Colombia paese di emigrazione, alternando i suoi racconti a quelli immaginari che lo stesso Paolo avrebbe potuto scrivere, se fosse stato ancora vivo. È il sintomo di un legame speciale, che accomuna Tricita – è il nomignolo che Paolo ha dato a Patrizia – al fratello sin da bambini, mentre crescono nella loro casa di Bogotà circondati da un clima politico infuocato e da un contesto sociale estremamente difficile. Ogni volta che andiamo in centro vediamo molti ragazzini stesi per terra, hanno gli occhi sbarrati e parlano da soli. Alcuni più svegli rovistano nei bidoni dell’immondizia. «Sono in quello stato perché inalano la colla» ci ha detto una volta mamma quando ha notato che li guardavamo stupiti. «Quale colla mamma?» «Quella dei calzolai». Tricita mi ha stretto la mano, ha capito la mia inquietudine. Patrizia e i suoi fratelli – oltre a Paolo c’è il maggiore, Giorgio – apprendono i rovesci della vita pubblica colombiana dalle conversazioni che i genitori, padre imprenditore e madre casalinga, intrattengono con il loro giro di amici, spesso presenti in casa per un aperitivo o una grigliata. Il pericolo di un golpe militare, la guerriglia scatenata dal Movimento 19 aprile, le Farc, il narcotraffico, Escobar, i massacri. E poi Cuba, il Cile, l’Argentina. La storia lambisce e a volte travolge le vite dei commensali come Miguel, figlio di doña Teresita, arrestato e torturato durante la repressione. Miguel che diventerà il primo amore di Patrizia, un rapporto coltivato fino a quando la famiglia decide che vivere in Colombia è diventato troppo pericoloso: una sera di luglio del 1979, mentre stavamo accendendo il camino con i miei genitori ci chiesero con tono serio di sederci. Avevano qualcosa di importante da dirci. «L’anno prossimo, quando finisce la scuola, andremo a vivere in Italia» disse mio padre con un tono che mi sembrò cerimonioso e aggiunse: «Il paese è diventato molto insicuro». Pur senza rescindere mai il legame con la Colombia, dove tornerà ciclicamente e che continuerà a percepire come “casa”, Patrizia accoglie in modo positivo l’arrivo in Italia: Alla fine, Napoli mi conquistò. La città era permeata da un’energia così potente da vincere la mia nostalgia. Ma intorno a lei le cose non vanno bene. Michela, una cara amica che a sua volta si è trasferita dalla Colombia in Italia, contrae l’Aids e muore pochi anni dopo aver dato alla luce una bimba. Il fratello Giorgio torna ad abusare di droga come succedeva in Colombia, mentre Paolo dopo aver dichiarato la propria omosessualità alla famiglia, e dopo aver raggiunto la felicità in compagnia di un ragazzo di Firenze, sprofonda in una crisi esistenziale in seguito alla fine di quel rapporto. Un abisso dal quale non riuscirà più a tornare indietro.