Placido Priscimone

Tutto vene recompenzato

memoria 1895-1946
nato a Biancavilla (Catania) nel 1890

Io mi trovava nel più precolusu frunde, munte Cappuccio e San Michele, non si sgueza ogni parmo di terra ci suno morte. I giurnale faceveno capire che da un giorno e l’atro la guerra era finita, diceva pure: «Siggiliane e calabrese compatteno accanite, 142° reggimendo nella vanzata hanno presu ducendo pergunere, trenda pezi di cannone, cinganta mitragliatrici, triccendu fucile e buttino di guerra»; parlava u giornale propio dello nostro reggimendo, ma era tutta buggia, non avemu presu nessuno pergionero, nessuno cannone e nendi mitragliatrici e nendi fucile, ci fu perdita dei nostri povere surdate. Sono trascorsi molti anni quando la memoria di Placido Priscimone ripercorre gli eventi della Prima guerra mondiale, di cui è stato involontario protagonista. Eppure di quel grande evento che lo ha segnato per sempre ricorda ogni dettaglio e decide di scrivere, di raccontare il suo vissuto in una lingua che è un crocevia tra il suo dialetto siciliano e quel poco di italiano che ha imparato non tanto sui banchi di scuola, quanto al fronte. Sì, io retenco tuttu quello chi passo nella vita, bene e male rivordu cosi di quanno aveva meno di due anne. Io, vidi, aveva scrittu tuttu i vanzate che avemo fatti, piccato quanno chella bumpa mi destrussi tutta a posta, io aveva alcune appunde ma ogni modo lo retenco lu stissu. Prima della guerra, nella sua storia evoca la Sicilia della sua infanzia e dei briganti, un mondo dal quale viene sradicato al pari di migliaia di commilitoni esposti ogni giorno al pericolo della morte e alla ottusa disciplina del Regio Esercito. Appressu sera ni portaro qua stissu, là viccino, ma chi vi era la prima linia, a mia mi toccò un posto male, vi era un passaggiu di bumpe e quanno tiravono i bumpe mi passaveno vicino, sendeva pure il calure nella facci. I bumpe non facivano a stissa strata, tri parmi a destra e tri a sinitra; passò u tinende che eva spizionando [e gli chiesi]: «Signore tinende, permette che mi sposto u metro a sinitra perché mi passino i bumpe vicino?» «No! Quanno more tu ni mittemo un atro!» Nel mio pensero dissi: «Perché na more tu, quandu si discraziatu! Ferito a una gamba durante l’ennesimo inutile assalto, ottiene il congedo e torna a Biancavilla, in provincia di Catania, dove viene preso di mira dal maresciallo dei Carabinieri che prima lo tratta da imboscato, poi gli contende le attenzioni di una giovane del paese con cui Placido si frequenta sin da bambino. Lo scontro si accende e in un groviglio di tranelli, false accuse e vendette; Placido finisce coinvolto in un fatto di sangue che si consuma in una contrada del vicinato. Senza nessuna prova spicifeca mi hanno condannato, anne 12 e mise 4 di recosione per comprecità di omicidio, mentre l’autore remaneva ignoto. «Con che sugno comprici [se non c’è l’autore]? Col vento? Perché l’autore si pò trovare senza del comprici, ma il comprici senza l’autore non ci pò essere! Nel 1921 si aprono le porte del carcere, prima a Catania poi a Noto. Ne uscirà solo nove anni dopo e i propositi di vendetta non sono scemati. Doppo poco giorni, mi chiamò il direttore: «Il diciannove giugno voi andate a casa. Dove vi camate il dimecilio?» «Segnore direttore qua a Noto!» «Perché? non volete tornare nel vostro paese?» «Segnor derettore, se vaio al mio paese devo tornare chi, [perché anche] si io voglio fareme i fatte miei il marasciallo mi fa andare in galera, se l’occido dibo tornari chi [lo stesso]. Ma non ce ne sarà bisogno: molti dei suoi nemici di un tempo sono morti o hanno subito i rovesci della sorte: Nel mondo tutto vene recompenzato. Co fa del bene, bene trova! Chi fa male, male trova!