Alla maturità vinsi una borsa di studio per l’estero. Un biglietto per il futuro. Scelsi l’Italia. Tutti dicevano di andare in America, che c’erano più opportunità, più soldi. “Lì diventi ricco”, dicevano. Ma io, in biblioteca, avevo letto un libro su Michelangelo. Vidi immagini di arte, di bellezza, di libertà. E qualcosa mi chiamò. È il 1985 quando Nedal Cini Al Zyod, 19 anni, nato ad Amman in Giordania da una famiglia di origini beduine, si trasferisce in Italia. Nonostante la giovane età la storia che si lascia alle spalle è articolata e profonda: un padre transitato per il carcere dopo un conflitto familiare all’interno della sua stessa tribù, la Guerra dei Sei Giorni, il Settembre Nero, le bombe inesplose seminate tra le macerie di un conflitto senza fine, le vittime innocenti tra i suoi compagni di infanzia, tra cui il figlio di una famiglia palestinese profuga, suo compagno di giochi, morto a sette anni per una bomba inesplosa. Nedal cresce amato dai genitori, circondato da fratelli e sorelle, educato al Corano ma aperto, attraverso la lettura e lo studio, al dubbio e alla ricerca personale. Nel suo nome è racchiuso un destino: Nedal, in arabo, è una parola carica di significati profondi: lotta, determinazione, tenacia, resilienza. Il combattente che non si arrende mai. Trova il coraggio di imbarcarsi per l’Italia: Era la prima volta che prendevo un aereo. E, nello stesso giorno, salii anche su un treno per la prima volta. Due mezzi di trasporto, un solo giorno: stavo entrando in un mondo completamente nuovo. A Perugia frequenta il corso di lingua italiana dell’Università per Stranieri, si iscrive alla facoltà di optometria. Sono anni difficili, di isolamento ed emarginazione, poco denaro e lavoretti, amicizie rade e amori occasionali. Poi arriva l’incontro che cambierà tutto: dentro di me c’era un’altra voce. Una verità antica che avevo imparato a riconoscere fin da ragazzino, quando il corpo cominciò a parlarmi in un linguaggio nuovo. Ma era una faccenda privata, una formula segreta tra me e me. Aprii il bigliettino. Profumava di lui. Lui è Giovanni, un ragazzo di Arezzo conosciuto per caso in un locale, entra in punta di piedi nella sua vita per non lasciarlo più. Si frequentano, escono insieme e tra amici, vanno al cinema e a sciare. Non chiedeva nulla. Non faceva pressioni. Non pretendeva promesse né spiegazioni. Il legame diventa subito così profondo che quando Nedal termina gli studi e torna in Giordania, Giovanni lo raggiunge. Erano passati quattro mesi senza vederlo, senza lasciarmi travolgere da quel sorriso capace di fermare il rumore del mondo. Nedal è tormentato: la famiglia si aspetta che sposi una donna, abbia dei figli e cammini con loro. Ma sarà proprio la madre Halima, poco prima di morire, a spronarlo a inseguire la sua felicità. Tornato in Italia, Nedal trascorre mesi senza permessi di studio o di lavoro, nel terrore di essere espulso, fino alla “sanatoria” della “Legge Martelli”: per noi, era molto di più: era una mano tesa, un permesso di esistere. È il 1990 e il rapporto con Giovanni si radica, poi arriva anche un impiego in un centro di ottica e optometria dove Nedal con la sua bravura si guadagna la fiducia dei pazienti. Ma non si ferma: continua a studiare e a viaggiare, sperimenta nuovi approcci scientifici. Quando la carriera è al culmine Giovanni si ammala di cancro e nel giro di poco tempo muore. Nedal è sempre al suo fianco nonostante gli ostacoli burocratici di un Paese che nel 2014 ancora non riconosce il loro legame. Un legame così profondo che porterà Nedal a farsi adottare dalla madre di Giovanni, Flora, rimasta sola e malata, pur di potersi legittimamente prendere cura di lei fino alla fine dei suoi giorni