L’ultima volta che ho visto Vittorio è stato in treno: era in divisa di guardiamarina. Mi guardava con i suoi occhioni verdi, mobilissimi, espressivi: sguardi che penetravano nel cuore. Alla stazione di Messina ci salutammo con una stretta di mano e una promessa. Alla mia raccomandazione di aver cura della sua vita, rispose ridendo: “Tornerò per sposarci”. Non è più tornato, inghiottito dal mare insieme alle mie lettere. Morire a ventiquattro anni! Angela Coletta ha 20 anni quando l’Italia entra nella Seconda guerra mondiale. Nel giro di pochi mesi deve dire addio a Vittorio, un giovane che frequenta dal liceo e che muore disperso in mare nella tragica battaglia di Capo Matapan di fronte alle coste del Peloponneso. Il trauma è la prima di una serie di dure prove che Angela dovrà affrontare negli anni del conflitto, vissuti prima nella sua terra d’origine, la Sicilia, e poi nel Nord Italia al seguito della famiglia. 1942. Mio padre, a quarantadue anni, come ufficiale è stato richiamato in servizio nel ’40: lo hanno destinato prima a Milano, alla Pirelli, in un secondo tempo a Varese e poi a Cremona come comandante delle polveriere del Boschetto, a tre chilometri dalla città. A Varese Angela scopre un nuovo amore, il dottor Francesco, un uomo maturo, dai modi gentili e premurosi, che la introduce negli ambienti antifascisti e la coinvolge nella lotta clandestina. Il mio ruolo nella Resistenza è quello della staffetta; il mio nome di battaglia è Lidia. La staffetta ha come compito principale quello di portare e ricevere messaggi, controllare le zone occupate da postazioni tedesche agli angoli delle strade, esplorare il territorio affidatole per capire se ci sono tedeschi e che posizioni hanno. Deve inoltre andare alla ricerca di sbandati dopo i rastrellamenti; ci pensa poi l’organizzazione ad aiutarli. Perciò è un lavoro pericoloso, senza coperture: si agisce allo scoperto. Angela si iscrive alla facoltà di Medicina di Parma, una copertura perfetta per alimentare i contatti con le formazioni partigiane che operano tra le montagne di zona. Mentre partecipa a diverse azioni in soccorso di partigiani feriti, il suo rapporto con Francesco cresce all’ombra di un male che impedisce all’amore di trionfare. Francesco purtroppo ha subito qualche anno prima una gravissima malattia polmonare, la tbc. È clinicamente guarito – così sembra – ma, data la difficoltà a quei tempi di debellare il male e di reperire le medicine, che non sono poi del tutto efficaci, teme sempre una recrudescenza del male. La malattia, il timore della morte imminente, impediscono al dottore di esprimere fino in fondo i sentimenti che prova per quella giovane e coraggiosa ragazza. Così anche il giorno più bello si trasforma in una festa senza lieto fine. Si arriva così al 25 aprile, il giorno tanto atteso della Liberazione. È grande festa a Cremona: i partigiani scesi dai monti e quelli di città, usciti dai loro nascondigli con le loro bandiere rosse, sono tantissimi, allegri, abbracciano le persone che felici applaudono. Si è tutti ben disposti l’uno verso l’altro. Anche Francesco mi abbraccia; mi stringe forte forte a sé, e per la prima volta ci baciamo. Sarà l’ultima. L’emozione è tanta: mi tremano le gambe, sono felice, Francesco è pallidissimo, emozionatissimo, e dice solo: “Non voglio contagiarti”. E tutto finisce così. Arresa al destino, Angela torna a vivere in Sicilia dove pochi mesi dopo viene raggiunta dalla notizia della scomparsa del suo amato.