“Quando, nei primi giorni di marzo dell’anno 1938, lietamente mi congedai da quelle compagne di classe che restavano a scuola mentre noi altri partivamo per una settimana di sci, ero del tutto ignara che non avrei mai più messo piede in quella casa, anzi, che già ero afferrata dell’onda che stava per strapparmi così bruscamente dal mio paese, dall’infanzia. È vero che da molto gli scambi erano manovrati; la situazione politica tesa al massimo e il crollo prevedibile. Per la diciassettenne però tutto questo non era che un vago disagio in confronto alle tensioni più urgenti create dallo sviluppo della propria personalità.
Ero allieva di ultima classe del liceo scientifico a Floridsdorf, stavo dunque davanti agli esami di maturità. Nel corso di quest’anno ero rincorsa in una crisi nervosa che, insieme ad altri fatti familiari, aveva per conseguenza, che quel periodo, invece di abitare con la famiglia a Floridsdorf, stavo con la mia maestra venerata, che mi aveva accolto.[…]”
Figlia di madre ebrea e di padre ariano, quando i nazisti si annettono l’Austria, nel 1938, si trasferisce con i parenti in Italia, dove diventa infermiera. Racconta di molta solidarietà, ma anche di dispiaceri famigliari e di sue profonde amarezze affrontate con coraggio. Costretta alla clandestinità, dopo l’8 settembre 1943, si salva rifugiandosi a Torre Pellice e, dopo la guerra, emigra in Palestina.