Arriva il momento dei saluti. Quelli che mai vorrei. Quelli che mia sorella non vorrebbe mai, e allo stesso tempo non vede l’ora di volere. La liberazione da tanto peso incontenibile, da un fratello che non può più essere gestito in quel modo. Che va salvato, ma non da lei. Ci abbracciamo e riusciamo a non piangere. So che devo liberare mia sorella da me. Che se lo merita. Anche se nei suoi occhi, guardandola, vedo che mi chiede: «Dove ti sto lasciando?». Il “click” della porta a vetri si chiude dietro di lei. La sua sagoma si allontana. La sento che inizia a piangere. È la vigilia del Natale 2024 quando Nicolò Augelli entra in comunità al culmine di un periodo di malessere e depressione. Arrivo fresco da due anni di dipendenza intensa. Il mio rapporto col cibo è completamente sballato. Non mi sfamo per il piacere di farlo, preferisco sempre il non appetito della cocaina o la fame dell’alcol, senza mai apprezzare niente. Il disordine in me è totale. L’incontro e il confronto con gli altri pazienti della comunità è una sfida quotidiana: amicizie, antipatie, amori, scontri, esperienze. Il racconto diventa così anche quello di una comunità terapeutica osservata dall’interno, lontano dagli stereotipi e vicina alle persone che la abitano. Nicolò cuce e disfa rapporti mentre comincia a sciogliere alcuni dei nodi più intricati della sua esistenza. Mi rendo conto in questo momento che no, non attribuirei nulla, proprio nulla di felice alla mia condizione di omosessualità. Per me è sempre stata il sinonimo dell’emarginazione, delle prese in giro, della violenza. Di amori vissuti con vergogna, mai allo scoperto. Dagli incontri con la psicologa affiora l’inizio di tutto, legato alla fine del rapporto con l’ex compagno: Descrivo a Nadia i due anni che vengono dopo. L’uso sempre più sfrenato di alcol e cocaina. Lo sperpero di soldi. La depressione. Le medicine miste a sostanze. Il voler continuare a mostrare una maschera eroica, quando ancora non ho capito che la forza non va messa nel tenere quella maschera, ma nel toglierla. È qui che mi interrompe: «Questa è la prima cosa onesta che hai detto». È l’inizio di un lungo percorso che si snoda attraverso successi e battute di arresto, giornate trascorse all’interno della comunità e altre fuori a riconquistare pezzi di vita abbandonata: un pomeriggio al cinema, la partecipazione a una corsa podistica, un piccolo viaggio per trascorrere qualche giornata in famiglia. Quello che un tempo sembrava scontato si trasforma in una nuova conquista. Tutto quello che porto con me, sa di prima. Non so quasi più accendere le cuffie. Collegarle al telefono. Ho un portafoglio. Ho qualche soldo. Ho il mio computer. Mi sento un anormale che finge di essere normale. La normalità è il grande obiettivo da raggiungere e passa anche attraverso il racconto di sé, un’urgenza che non può attendere. Decido che voglio inviare quello che sto scrivendo per un concorso. Anche se non è finito. Anche se mi sarei dato più tempo. Ma è proprio con il tempo che faccio i conti. Il Premio Pieve non mi aspetta. Non sa nemmeno che esisto. Ma io ho una voce da far conoscere, e non ho niente da perdere. Vado a letto con i battiti accelerati. Sto per realizzare qualcosa che è sempre stato lì. In un cassetto troppo disordinato. Pagine bianche con fiori marci all’interno. Penso a quello che ancora scriverò, penso a come è bello sperare ancora. Ho progetti di studi. Presto inizierò il reinserimento. Tornerò a cercarmi un lavoro. Lo rimodellerò in base a quello che sto diventando: una persona che ancora non conosco ma che mi piace.