La “Saturnia” si è mossa ed ha lasciato Berbera. Si allontanano i luoghi cari al nostro cuore, si allontanano i campi infernali di dolore. Ora si può cominciare a contare il tempo che ci divide dalla meta. Ma chi può dire quale sia la meta di questa piccola parte di umanità, che stipata in una nave, col suo carico di dolore, va incontro alla Patria con entusiasmo appena contenuto, aspettando da Lei il balsamo per le sue ferite recenti e la promessa di un avvenire più sereno? La Saturnia è una delle celebri “navi bianche” protagoniste dell’operazione umanitaria di rimpatrio dei civili dall’Africa Orientale tra il 1942 e il 1943, dopo la sconfitta dell’Italia fascista a opera degli Alleati. A bordo di quella nave c’è Olga Ajello, poco più che ventenne, con la figlia Lucilla detta Lulli, di soli due anni, e Alberto di pochi mesi. Il lungo viaggio che l’attende verso l’Italia arriva al culmine di un periodo di sofferenze, iniziate nell’aprile del 1941 quando la guerra irrompe in Etiopia, in quella terra che è diventata la sua casa: “Momi”, il marito, è al fronte a combattere, forse è già prigioniero degli inglesi e tocca a lei, da sola, affrontare quella prova estrema. Fantasmi. L’ordine di sgombrare in poche ore la ridotta “Franzoni” mi ha sorpreso come un fulmine sebbene ci fosse da aspettarselo. Sono assolutamente impreparata a questa fuga perché, tra l’altro, Lulli ha la febbre. L’attendente, un bersagliere non dei più giovani, uomo rude e semplice, di poche parole ma di animo sensibile, mi è di grande aiuto, e riempie, in gran fretta, qualche baule ed un paio di valige. C’è ancora il lettino, e poi la carrozzella, le scatole di latte, i pacchetti di semolino. Le tappe sono obbligate: Addis Abeba, i campi di concentramento di Dire Daua, Harar, poi la spina dorsale della linea di evacuazione attraverso le città di Gigiga, Hargheisa, Mandera e Berbera in Somalia. A ogni tappa, la morte in agguato. La radio ha trasmesso la notizia del rientro in città dell’Imperatore Ailé Selassié. Si prevedono sparatorie. Chiusi in casa, si rimane barricati con ogni sistema, oppure si va in casa di famiglie vicine, così per non essere soli, per dare e chiedere un po’ di coraggio. Si fugge di notte, per non dar l’impressione di abbandonare la casa ad eventuali e facili rapine. Ma quali difficoltà ad attraversare pochi metri di strada! Le pallottole fischiano al di sopra del nostro capo. Stringo forte Lulli, tutta contro di me, mentre striscio carponi. Tra malattie, denutrizione, lunghe marce, Olga compie un miracolo a raggiungere i luoghi del rimpatrio con due infanti. Ma l’arrivo in Italia, dopo la circumnavigazione dell’Africa, non coincide con le sue aspettative: Genova mostra i segni recenti di una rabbiosa furia al nostro sguardo attonito che prende i primi contatti con questi nuovi orrori. Qui io sbarcherò, per proseguire verso Pola. La meta di Olga e dei suoi bambini è la cittadina istriana dove vive la sua famiglia. Ma anche lì, trova la guerra in agguato: cominciano i bombardamenti, gli urli prolungati delle sirene, le fughe nel cuore della notte sotto la galleria rifugio, dove ci troviamo tutti, spauriti e tremanti; i bambini assonnati piangono per essere stati strappati dal tepore dei loro lettini e per questa confusione in mezzo a cui siamo pigiati. Ognuno porta con sé la sua valigia o una borsa capace. Qualcuno fra noi resterà, presto, con quell’unica valigia o con quell’unica capace borsa. Il resto finirà in un mucchietto di rovine.