percorso urbano
da giovedì 17 settembre

I muri parlano

Basta solo leggere i titoli delle testimonianze relative alle 15 mattonelle de I muri parlano per segnare il percorso narrativo di questo progetto sulla memoria del paese cancellato dall’esercito tedesco in ritirata nell’agosto del 1944.
«Non c’era più niente» di Omero Gennaioli è la mattonella che idealmente si può considerare l’inizio di questo percorso urbano di memoria, da Palazzo Pretorio per arrivare all’ultima, piena di nostalgia, di Adele Cangi presso l’Asilo Umberto I, che si intitola «Era un gioiellino».
Un percorso da fruire durante le giornate del Premio Pieve, seguendo una mappa urbana dove i muri parlano grazie a un QRcode che anima un video con immagini d’epoca, montagne di macerie, voci di testimoni che si alzano disperate sopra la distruzione, con la voglia di ricominciare.
Nello sviluppo del progetto, che vede l’installazione delle otto nuove mattonelle, c’è il racconto de «Il ponte volante», realizzato dall’ingegner Egidio Capaccini per unire le due sponde del Tevere che avevano separato i pievani e le loro attività dopo il crollo dei ponti; de «La strage per la via della Verna»; del Teatro comunale, che divenne rifugio per tante famiglie; delle baracche del campo di internamento di Renicci, usate come case al Ponte Nuovo, che «Sembrava una reggia».
C’è il racconto di chi è morto dopo il rientro, come Natalia Cangi, che andò con la sorella nelle macerie della sua casa a recuperare «Le lettere dei mi’ marito» e rimase colpita sotto una grossa trave di legno: un evento di memoria collettiva spesso raccontato anche per il nome ereditato dalla nipote, figura nota a Pieve non solo per essere la direttrice dell’Archivio dei diari.
C’è chi non lasciò il paese quando fu sfollato e riparò nelle buche delle colline intorno per non farsi trovare, e da lì vide il paese saltare in aria, pezzo per pezzo, con un disegno di un’efficacia tanto crudele quanto inspiegabile.
E c’è anche chi non perde la vena ironica e racconta di come si è opposto con esemplare coraggio alla segretaria del fascio locale, all’annuncio di «Tutti zeri» in pagella.
E c’è anche il cittadino pievano illustre Amintore Fanfani che, nel suo «Giudizio universale a rate», tratto da Una Pieve in Italia, racconta della distruzione e di come, contando le macerie, si dovette fare i conti anche con le tante persone scomparse e, con loro, con i tanti mestieri cancellati dalla furia della guerra.