“Carissimo Augusto!
S. Piero 27 Aprile 1882
A me pure le tue lettere giungono graditissime, poiché al presente, posso rilevare da esse, che sei molto migliorato. Non più sciocche espressioni, che facciano in te supporre una riprovevole e nauseante leggerezza di spirito, ma invece moderazione, naturalezza, spontaneità, ed una certa delicatezza. Va bene, Augusto, sinceramente mi congratulo teco, e ti esorto caldamente ad avanzare sempre più nella buona via in cui ti sei messo, ed a perfezionarti sempre più. Augusto, te lo assicuro, ti troverai contento, se porrai in pratica, quanto per il tuo bene, t’inculco.
Vedi?…Certi atti, certe espressioni, fanno supporre, ad una fanciulla, che il giovane abbia brutte abitudini, o che l’abbia messa nel numero di quelle sfacciate civettuole, e poco riservate donne, a cui piacciono atti sguaiati e sconci…[…]”
In nove lettere, l’intensa quanto breve e sfortunata storia d’amore, tra un medico marchigiano ed una giovane nobildonna romagnola: la diversa condizione sociale, lo sparlare paesano, qualche incertezza di lui nel decidersi al matrimonio, concludono un rapporto che l’uomo non dimenticherà tanto da dare il nome dell’amata alla sua prima figlia.