Ottant’anni possono cambiare un Paese, ma non cancellare il valore di una scelta. Nel 1946 l’Italia imbocca una strada nuova: nasce la Repubblica e, per la prima volta, milioni di donne partecipano pienamente alla vita democratica. Nel 1945-1946 lo scenario politico italiano è dominato da almeno due novità, i partiti di massa e il suffragio femminile, entrambi segno dei processi di modernizzazione visibili nelle società europee a partire dalla Grande Guerra, che infrangono i vecchi meccanismi della politica, formulano altri standard di aggregazione rispetto a quelli precedenti e decretano l’impossibilità di un ritorno indietro, ovvero il ripristino di organizzazioni confacenti a modelli politici elitari. (P. Gabrielli, Il primo voto, Castelvecchi 2026).
Da quel momento prende forma un’idea di cittadinanza destinata a trasformare profondamente la società italiana. A partire da questo anniversario, centrale nella programmazione del Premio Pieve 2026, l’incontro propone una riflessione sul senso della democrazia, sul cammino dei diritti e sul ruolo che ciascuno è chiamato ad avere nella costruzione della vita pubblica. Le storie raccolte dall’Archivio Diaristico Nazionale ricordano che ogni grande passaggio storico lascia tracce nelle esistenze individuali e che la memoria non appartiene soltanto al passato: è uno strumento per comprendere il presente e immaginare il futuro. La Festa della Repubblica da allora si è intrecciata alla storia del paese: prima nel riconoscimento di una celebrazione unificante, poi in un progressivo ridimensionamento fino alla cancellazione e da ultimo in una riscoperta segnata dalle tensioni e dalle speranze di un tempo nuovo. Una storia lontana che ci appartiene anche se rischia di scivolare tra le pagine dimenticate, nascoste o nel novero delle tante lamentele che spesso qualificano il nesso tra passato e presente. (U. Gentiloni Silveri, 2 giugno, Il Mulino 2025).
Un’occasione per guardare con occhi nuovi a una ricorrenza che continua a parlare al nostro tempo.